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L’Europa di domani, fra innovazione e conservazione

Un breve saggio sul perché c’è bisogno di unire riforme e istituzioni a livello europeo.

di Marco Piantini

Da questo lato della strada

 

 

“Ci sentiamo come conigli che attraversano la strada e si bloccano abbagliati dalla luce dei fari”. Cosi qualche settimana fa un acuto osservatore della vita londinese ironizzava sulle incertezze della fase politica nel suo paese alla luce di Brexit. Ma il rischio abbagliamento pervade un po’ tutte le società europee. Il peso delle diverse crisi accumulate in questi anni (economia, migrazione, sicurezza) stordisce il discorso politico. Sentimenti divisivi e sostanzialmente di paura crescono in profondità nelle opinioni pubbliche.

 

A ben vedere non sono le crisi di questi anni, seppur drammatiche, che scavano alle fondamenta delle nostre democrazie. Quel che attanaglia la coesione europea è la ormai lontana fine del lungo ciclo di sviluppo economico e demografico del dopoguerra, con le evoluzioni tecnologiche e strutturali seguite alla globalizzazione. Non abbiamo smesso di fare i conti con una trasformazione di lunga durata, di cui una politica dell’attimo fuggente non riesce a interpretare del tutto il significato. E quindi a provare a proporre risposte che durino e convincano.

 

Una crisi di senso, che accompagna una ricchezza senza precedenti, nella sua sproporzionata e iniqua distribuzione. Una ricchezza che in molti casi non crea opportunità, finisce per essere percepita da tanti come inutile.  Si accumulano rabbia e indifferenza nel sottofondo del nostro tempo, anche in tante parti del centro della società e non solo nelle sue periferie, tra chi è escluso o quasi, ma anche tra chi è potenzialmente integrato. Opulenza e esclusione si mescolano. Ne derivano irrisolte questioni materiali e identitarie, segnali di un possibile declino della civiltà europea.

 

La crisi inglese, nel suo piccolo e nel suo grande, si è mossa tra la vicina Calais, con il suo campo migranti, simbolo delle disastrose impreparazioni sul tema migrazioni, e la torre di Grenfell andata a fuoco a Londra, concentrato del penoso quadro abitativo e sociale quasi al centro del polmone finanziario europeo. Calais e Grenfell sono due cupi richiami di questi anni, di quanto potrebbe restare nel lungo tempo della politica europea: incredulità, per come la storia del mondo sia andata avanti in questi decenni, per come l’interdipendenza (già parte dell’armamentario teorico gorbacioviano, parte di un altro secolo!) si presenti con gli occhi dei migranti alle porte di casa e riesca ancora incredibilmente a sorprenderci; rabbia per il disagio sociale, accresciuto dalla trasformazione delle nostre città da luoghi ricchi di tolleranza a luoghi impoveriti dalla indifferenza.

 

Non riusciamo a ripensare a sufficienza i luoghi e i tempi di vita. Il tema del modello di sviluppo è davanti a noi, ma non lo vediamo. Come in un incantesimo.

 

 

 

Una nebbia fitta e i rischi di contagio

 

Rabbia, incredulità, indifferenza non sono buoni compagni di viaggio. Il discorso pubblico a volte sembra come avvolto in una nebbia fitta da brughiera. Procediamo come i due giovani turisti americani che nell’ormai vecchio film “Un lupo mannaro americano a Londra” restano contagiati nella nebbia da una creatura mostruosa. Il contagio che rischiamo, in questo caso, è quel senso di smarrimento che ha portato a Brexit. Uno stato confusionale che può farsi largo ulteriormente tra le classi dirigenti europee, catturate dal vortice della “necessaria” dose di popolarità quotidiana. Una sorta di ansia da prestazione permanente, moltiplicata dallo sbriciolamento delle identità collettive anche in politica. Crescono i rischi di restare nell’incantesimo se si smarrisce la direzione di marcia e con essa il ritmo necessario per compiere la lunga transizione europea.

 

In fondo, non c’è molto da inventare. Non dobbiamo cercare Pico della Mirandola. Si può tornare all’antico senza timore. L’Europa deve essere un fattore di progresso e di trasformazione del mondo, come nelle intenzioni dei suoi pensatori. Occorre promuovere un modello di sviluppo più equo e sostenibile, nelle condizioni storicamente determinate nelle quali ci troviamo. E farlo senza rimettere in discussione l’ordine di pace, stabilità e diritto costruito sin qui. Cercando nuove vie, con la pazienza di chi non ha ricette semplici, e non teme i propri dubbi. Come chi affronta una nuova strada. Arrivare dunque al di là del guado, per usare una vecchia formula, resta un imperativo per la sinistra riformista. Sulla riva che abbiamo lasciato c’è qualcosa di incompiuto, eppure straordinario, cioè una Comunità già politica e non solo economica, ma ancora non del tutto compiutamente Unione.

 

Il declino europeo non è affatto detto.

 

 

 

Traduttori cercasi

 

Un libro per ragazzi di tanti anni fa, La Collina dei Conigli, narrava la fuga di un gruppo di giovani conigli da una colonia benestante, ma segnata da un inevitabile declino. La transizione verso un mondo migliore riusciva, perché alla fine veniva ascoltata l’astuzia del più mite, e non solo il coraggio dei più forti. In un tempo in cui tutto sembra così accelerato, e la politica vive e muore in un giorno solo, è possibile recuperare moderazione nei toni e fermezza su ciò che insieme si vuole conseguire

 

Eppure, se anche abbiamo in mente quale sia la direzione da seguire, abbiamo bisogno di riflettere su come mettersi concretamente in marcia, e su quali siano le condizioni per non mettere a repentaglio il cammino fatto sin qui. Perché se siamo convinti di voler superare i limiti di chi ci ha preceduto, allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che non è scontato esserne all’altezza.

 

Ci voleva un grande musicista, Daniel Barenboim, in un coinciso e straordinario discorso dopo un concerto della Staatskapelle di Berlino per la BBC a ricordarcelo: “lo sappiamo da tempo che non c’è educazione alla musica. Ma ormai non c’è abbastanza educazione neanche su ciò che noi siamo, su ciò che è un essere umano e su come si relazioni con gli altri. Se guardate alle difficoltà che il continente europeo attraversa, potete vedere che è così per la mancanza di una educazione comune. Perché tanti in un dato paese non sanno perché dovrebbero appartenere a qualcosa, a cui sentono invece di appartenere altri in un paese vicino”.

 

Per valorizzare lo straordinario patrimonio di appartenenza comune che noi Europei abbiamo, dovremmo sfruttare questo tempo per abbassare il volume delle più accanite discussioni, e ascoltare un po’ più di buona musica. “Non c’è bisogno di traduzione per le sinfonie di Beethoven”.  C’è invece bisogno di un infaticabile volontà di traduzione per respingere in Europa ogni demagogia, ogni tentazione nazionalista e volontà di parlare esclusivamente alla propria opinione pubblica, indifferenti a ciò che accade intorno a noi e a un destino più grande, perché comune.

 

Il primo compito, politico e culturale, è l’impegno affinché i tabù da difendere per gli uni non diventino i Golem da abbattere per gli altri. Se parliamo solo a noi stessi, ai “nostri”, non costruiremo qualcosa di più grande, in termini europei. Dimostreremo solo di avere una concezione grande di noi stessi. E come spesso accade, si incontra poi qualcun altro, che di se stesso ha una concezione ancora più grande.

 

Come insegna un film di Sergio Leone, se un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto. Nella politica europea, abbondano i pesi politici e le personalità dotate, per così dire, di fucile. E anche per questo, la storia della Comunità è un susseguirsi di contenimento paziente del più forte, con non poche frustrazioni e drammatiche sconfitte, e un confronto continuo tra forza e intelligenza, tra numeri e fantasia. Forse non è un caso che dai più piccoli paesi, a volte, sono venute alcune delle menti più europeiste. Scarseggiano oggi i traduttori e i facilitatori di intese, anche per un complessivo indebolimento del legame tra cultura e politica. Perché contano più le battute a effetto, che le riflessioni di ampio respiro.

 

Conoscere fino in fondo le ragioni altrui è la condizione minima per operare concretamente in una situazione nella quale gli Europei si sono divisi su molti temi. Tradurre le proprie in qualcosa di intelligibile fino in fondo agli altri, sembrerà scontato, ma è altrettanto importante. Tradurre vuol dire anche avere un pervicace senso di prudenza quanto all’impatto su scala europea di ciò che la lingua e il dibattito nazionale esprimono. Perché ciò che da un singolo paese va verso lo spazio più grande del quale facciamo parte, poi torna indietro, nel bene e nel male, amplificato e con forza ben superiore. Alla lunga questo accade anche per i paesi più forti.

 

Per quelli che forti lo sono davvero (la Germania) per quelli che hanno una naturale tendenza a non sottovalutarsi (la Francia) e per quelli che al contrario spesso non si sopravvalutano (l’Italia). Più semplicemente, per tutti.

 

Se l’Unione diventa una Babele dove le voci sempre più forti rivolte alle distinte pubbliche opinioni vengono riversate a valle, l’eco che ci torna indietro sarà assordante. E, probabilmente, senza significato. Per il mondo, l’Europa sarà muta.

 

 

 

Tra rospi e principi

 

Un po’ tutti i sistemi politici europei sono in via di mutazione. Le crisi delle sinistre sono evidenti ovunque. I più incalliti e antiquati ottimisti come chi scrive, facendo appello a un certo volontarismo storicista, le possono considerare crisi di crescita, o rinascita. Nuove fratture si incrociano nell’arena politica, nuove e vecchie linee di divisione: più o meno mercato globale; più o meno equità; più o meno federalismo interno e sovranazionale; politica tradizionale o di nuovo tipo. Chi è favorevole, chi è contrario. Vari piccoli rospi che zampettano qua e là nello stagno europeo. Difficile trasformarli in un principe felice, ricondurli a qualcosa di facilmente intelligibile, e capace di assicurare un solido sistema di guida politica della Unione nella transizione.

 

Alle divisioni interne ai vari stati si accompagnano quelle rispetto alle sensibilità a livello europeo circa le diverse tipologie di integrazione. Le evoluzioni (le crisi?) degli Stati nazionali infittiscono la nebbia. Ovunque cresce la tentazione di sovraccaricare retoricamente di responsabilità l’Unione. Si attraversa la strada guardando indietro. Si cerca di arrivare da qualche parte dicendo che però è una meta non del tutto desiderabile. Di solito i rospi che attraversano la strada, non hanno molta fortuna.

 

L’Italia, per avere un effettivo ruolo federatore e contribuire alla salvaguardia della coesione europea, può ottenere risultati significativi badando a alcune (scontate?) condizioni essenziali: stabilità; continuità nell’azione di governo (e dei governi) sui temi europei; un europeismo come patrimonio non di un solo partito ma di più forze europeiste (non un partito dell’Europa, ma una coalizione politico culturale per l’Europa fatta di sensibilità diverse); pragmatismo propositivo; chiarezza sui propri interessi a medio e soprattutto a lungo termine su singoli dossier; più in generale non allontanarsi dalla via tracciata in anni ormai lontani da Amato e Ciampi, fino a arrivare all’azione di Draghi in questi anni e alle sue riflessioni sulle istituzioni per il governo dell’euro come, in definitiva, condizione per la stabilità e il progresso sociale e civile dei nostri paesi. Una responsabilità insomma verso le Istituzioni europee che non nasconda dietro parole d’ordine di un indefinito cambiamento (come avviene ad esempio nella sinistra radicale) la difficoltà per affrontare nodi centrali per il nostro paese nei suoi rapporti con l’Europa, oltre che con il nostro futuro come paese.

 

È curioso poi che non si valorizzi a sufficienza la forza del buonsenso comune, che fa appello a regole e standard europei per migliorare la nostra qualità della vita e il nostro livello di servizi in molti ambiti. Abbiamo un fondamentale, e purtroppo trascurato, riferimento di natura sostanzialmente costituzionale che è quello della Carta dei diritti fondamentali. Ci manca (anche se vi sono lavori accademici in tal senso) un Codice dei diritti dei cittadini europei così come in vari ambiti (basti pensare all’ambiente e al sociale) derivati dalla giurisprudenza europea oltre che dalle leggi europee.

 

 

 

Un mago

 

Ci vorrebbe insomma il mago di Oz per tenere magicamente insieme la necessità di cambiare in profondità l’Unione con quella di difenderne l’acquis.

 

Questo mago può essere, o almeno provare a esserlo, l’Italia. Se specialmente dalla Francia si manifesta oggi l’intenzione di rifondare l’Europa, l’Italia può avere una voce importante in capitolo a condizione di farsi punto di equilibrio tra innovazione e conservazione. Può sorprendere questa affermazione. Mi riferisco a una sorta di necessaria ecologia politica, e non solo a ingegneria istituzionale. Perché se non salvaguardiamo l’ambiente giuridico normativo e istituzionale (compreso gran parte di quello creato anche negli anni seguiti alla crisi finanziaria) non saremo in grado di assicurare uno sviluppo solido alla UE. I rospi non si faranno principi nonostante le tante pretendenti.

 

Ciò che intendo qui è che il nostro paese ha uno spazio politico e una responsabilità importante nel controbilanciare spinte latenti, frutto di una storia di lungo periodo, nella politica europea (non mi riferisco a singoli paesi o governi), volte a rimettere in discussione i progressi nella costruzione di un impianto federale conseguiti in questi decenni. Ne fanno parte la tentazione di arrivare a una riduzione della politicizzazione della Commissione (che pure avrebbe anche alcune ragioni obiettive), e a un indebolimento o frammentazione del Parlamento europeo già oggi – secondo trattato – espressione della volontà dei cittadini europei. Queste conquiste non sono cadute dal cielo. Se si indebolisce la volontà politica nel difenderle, magari animati da una pur sincera volontà di innovazione, si costruiscono le condizioni per innovazioni non necessariamente positive.

 

La parlamentarizzazione dell’Unione è forse meno spettacolare della richiesta di pervenire a una sorta di presidenzialismo europeo (scenario affascinante e denso di incognite), ma è un baluardo imprescindibile di una costruzione complessa e fragile da salvaguardare. Così come meno spettacolare della auspicabile fusione delle cariche di Presidente della Commissione e Consiglio europeo è la riduzione e l’accorpamento del numero dei Consigli settoriali. Chissà che impatto avrebbe una discussione sul tema dei migranti sistematicamente tenuta congiuntamente tra Ministri degli interni e Ministri degli affari sociali. Formule di questo tipo già esistono, presentano a loro volta alcune incognite e criticità, ma possono essere sviluppate ulteriormente.

 

Con il Trattato di Lisbona il metodo comunitario, e dunque il potere co-legislativo del Parlamento, ha assunto centralità. E la Commissione è diventata più parlamentare (eletta dal Parlamento europeo, quindi indirettamente dai cittadini europei, con un elemento forte di elezione diretta tramite il sistema dello Spitzenkandidat). Tutto ciò è stato messo però in secondo piano e poco valorizzato, e questo è un paradosso, a vantaggio del Consiglio europeo. Molte critiche di questi anni si sono concentrate sulla Commissione. Con motivazioni anche giuste di riduzione del carico amministrativo e normativo comunitario (oltre che con un nuovo approccio sulle procedure di infrazione), questa legislatura europea ha però segnato un quasi svuotamento della attività legislativa del Parlamento europeo. Si è smarrita la necessità di riformare più drasticamente la Commissione, riducendo il numero di Commissari e direzioni generali. Così come di fatto le forze politiche europee poco hanno investito per dare alla loro rappresentanza parlamentare maggiore forza e autorevolezza.

 

Sarebbe un approccio riformista, io penso, rimarcare come il vero incompiuto nell’assetto istituzionale attuale è il Consiglio europeo. Sarebbe ingenuo demonizzarlo. E non vedere che comunque i leader ricorrono allo scudo del Consiglio europeo ormai così frequentemente da metterlo davvero a dura prova. Ma il Consiglio Europeo va salvaguardato da se stesso, riportato per quanto possibile a una istanza di definizione di grandi orientamenti, non di governo e gestione tra emergenze e ordinario.

 

Di fatto, per quanto brutto e sempre oggetto di facili ironie sia il palazzo ove si svolgono i Consigli europei, esso costituisce anche un magnifico specchio per i leader nazionali per sentirsi dire chi è il o la più bella del reame.

 

Ci vorrebbe un mago dunque, ma spesso troviamo, per così dire, una strega collettiva a rimirarsi allo specchio.

 

 

 

Verso una coalizione per il progresso (con tre porcellini e un drago)

 

È forse dai tempi di Brandt che la sinistra europea non riesce a dare sostanza a un pensiero critico del modello di sviluppo capitalistico senza ricadere in formule massimaliste. Lo spazio politico europeo offre in teoria un perimetro per rendere più concreta un riformismo ambizioso.

 

Le sconfitte della sinistra in questi anni si possono interpretare anche come il risultato di una insufficiente elaborazione proprio rispetto al perimetro europeo e a come agirvi per promuovere una agenda di progresso. Dalle evoluzioni politico istituzionali di questi anni si possono però desumere alcuni elementi e piste di riflessione. L’emergere con grande evidenza di una nuova frattura materiale nelle società europee – e in alcune in particolare – fa sì che la spinta al cambiamento debba essere assunta dalla sinistra fino in fondo.

 

Agli occhi del mondo, probabilmente in questi anni la casa europea è sembrata un po’ come la casa dei tre porcellini, impreparati all’arrivo del lupo cattivo, al tempo delle varie crisi di questi anni. La casa europea ha mostrato tanti suoi limiti e va cambiata in alcune sue parti.

 

Bisogna però proteggere la capacità di realizzare il cambiamento dalla demagogia. Hollande fu eletto anche sulla scia di una campagna elettorale fortemente critica della austerità. Il suo mandato è stato segnato, oltre che dalla cruciale questione degli attacchi terroristici, dalla impossibilità di realizzare l’agenda politica promessa in campagna elettorale e al contempo di promuovere gli sviluppi istituzionali e politici a livello europeo di fatto necessari per implementarla.

 

Oggi si stanno creando le condizioni per prefigurare una sorta di Bretton Woods europea (si passi questa imprecisa definizione), appoggiata sul Meccanismo europeo di stabilità e sulla BEI, oltre che sulla Banca centrale. Predisporsi al cambiamento progressista significa difendere tale ipotesi e scongiurarne evoluzioni intergovernative. Bisogna effettivamente predisporsi a una difesa del metodo comunitario sapendo che le evoluzioni nei prossimi anni in diversi paesi potrebbero sì favorire interventi pesanti sulle Istituzioni comuni, ma non necessariamente nel senso federalista. Bene pensare all’attacco, ma se non organizziamo una difesa seria, incasseremo molti goal. Il meglio del nostro calcio lo abbiamo forse dato giocando in difesa con la Germania. E dal rapporto con la Germania bisogna ripartire, sempre. Per quanto attraenti siano le novità che la Francia propone, dobbiamo essere pienamente consapevoli che la bilancia tra il tradizionale intergovernativismo francese e il federalismo gradualista tedesco nei prossimi anni può sì cambiare, ma non necessariamente come auspichiamo noi. Già questi anni, per certi versi, hanno visto la Germania pendere verso l’intergovernativismo francese, più che la Francia germanizzarsi su una visione più avanzata delle Istituzioni europee.

 

La battaglia per un new deal europeo che mantenga coesa la geografia economica e sociale europea deve farsi intorno all’innovazione, al miglioramento della qualità della vita, alla riduzione e alla condivisione del tempo di lavoro, a nuovi percorsi di formazione e mobilità oltre che a un maggiore slancio di partecipazione civile intorno a grandi programmi comunitari (il Corpo europeo di volontariato ne è un esempio). Ma può avere qualche possibilità solo se si fonda su un grande e trasparente impegno per recuperare la fiducia tra Stati europei e al loro interno quanto al mantenimento degli impegni assunti e ai percorsi di riforma interna. Riassicurando, anche, quanto al fatto che una crescita politica della Unione non toglie margini di manovra agli Stati, ma ne libera risorse in alcuni ambiti grazie a economie di scala (difesa e sicurezza su tutto) e spazi di intervento in altri (a partire dal patrimonio culturale).

 

La necessità di fare i compiti a casa lascia, anche per quanto riguarda la parte istituzionale, una evidenza, chissà mai perché rimossa da tempo. L’opportunità di cambiare una legge elettorale per le europee nel nostro paese poco funzionale alla difesa degli stessi interessi dei nostri territori, nella misura in cui le circoscrizioni elettorali equivalgono a degli Stati membri di media-piccola taglia, all’interno dei quali peraltro trovare le preferenze necessarie per farsi eleggere porta a una variabile sconcertante di fattori – specialmente in un contesto di disfacimento dei partiti. Rivedere il nostro sistema elettorale è forse anche il miglior biglietto da visita per iniziare un ragionamento con possibilità di successo per una diversa articolazione del Parlamento europeo.

 

Va poi evitata sul piano generale una rappresentazione caricaturale di Spinelli in contrapposizione a Monnet, del federalismo rispetto al funzionalismo. E dico questo non tanto per passione rispetto alla storia quanto per la ricaduta nella proposta politica che si può pensare di elaborare. Vero che i due approcci all’integrazione sono stati diversi, ma certamente non vale l’ipotesi di un sostenitore del primato della politica contrapposto seccamente a un sostenitore del primato dell’economia. Entrambi furono due straordinari costruttori di Europa, legati all’azione all’interno del Comitato per gli Stati Uniti d’Europa e ben oltre. Ricondurre il pensiero e l’azione di queste due straordinarie personalità alla pratica politica della sinistra europea e alla sua elaborazione è cruciale. Tanto più in una fase dove il ritmo del cammino di integrazione e il suo stesso senso non sono scontati. Entrambi sono simbolo di adattabilità e flessibilità, di capacità di tessere alleanze e agire in sedi e contesti diversi. Entrambi vanno letti per trarre spunto rispetto all’atteggiamento da avere oggi per rilanciare il processo di integrazione. Se vogliamo dunque recuperare il deficit di iniziativa politica, sul piano della elaborazione europea, della sinistra negli anni dell’Ulivo, di Blair e Schroeder, possiamo ispirarci a Spinelli insieme, e non contrapposto, a Monnet.

 

L’idea avanzata anche da autorevoli studiosi (lo ha fatto in un bel libro Sergio Fabbrini) di uno sdoppiamento futuro dell’impianto istituzionale europeo (una zona euro ulteriormente integrata e una zona economica vicina ma distinta) è molto affascinante e certamente è una pista preziosa di riflessione, ma presenta anche grossi punti di domanda e nodi difficilmente scioglibili. C’è senza dubbio l’esigenza di mantenere una attrattività forte di un possibile cerchio di paesi vicino a un nucleo duro intorno all’euro, e di risolvere ambiguità di fondo proprio rispetto alla stessa zona Euro e alla sua identità politico istituzionale. Ma è difficile pensare a uno spazio di mercato vicino all’Euro che non sia sostenuto da politiche e norme che fanno parte anche, e sempre più, della stessa zona euro. Ne fanno parte, indirettamente, anche politiche sempre più “grandi” come quella commerciale e quella ambientale, politiche per la crescita e la ricerca difficilmente separabili dal quadro normativo di base del mercato stesso, e quindi dal suo quadro istituzionale.

 

Ciò che voglio dire qui, in sostanza, è che la stessa Brexit in realtà (e questo davvero è un grande paradosso) costituisce prima ancora che una sfida per il quadro istituzionale e per l’idea stessa di integrazione politica (la ever closer Union) una potenziale sfida per l’integrazione costruita grazie alla definizione di un mercato comune diventato poi interno/unico. Paradosso di una leadership politico-culturale (quella della attuale maggioranza del partito conservatore britannico e delle correnti che l’hanno preceduta) affezionata all’idea dell’apertura del mercato globale e alla partecipazione al mercato europeo (quasi come unica dimensione dell’integrazione europea stessa, dal loro punto di vista).

 

Il mercato, dunque, deve essere proprio in questa fase il fattore di integrazione se non più forte ma certamente tra i prioritari. Il mercato, vecchio drago insopportabile agli occhi di molti, da vedersi come volano di crescita, di innovazione. E anche come fattore per creare nuove dinamiche politiche in Europa, nuove sinergie tra le diverse dimensioni geografiche riemerse nella UE in questi anni.

 

La possibilità di rilanciare una comunità di diritti e del diritto, intorno alle libertà fondamentali che sono indissolubili dal mercato europeo così come si è sviluppato, e intorno a delle politiche di maggiore impatto, passa da un sentiero stretto e impegnativo: tenere insieme forme e opportunità di integrazione differenziata con Istituzioni comuni centrate sul metodo comunitario. Resta ovviamente da vedere se la sinistra riformista sia in grado di farsi carico dell’idea di costruire intorno a un rilancio del mercato interno una sua strategia politica collegata al rilancio dell’economia. Tra l’altro, è sul mercato e sulle risorse che ne derivano che può basarsi un ripensamento del bilancio comune e dunque un nuovo Patto per lo sviluppo europeo.

 

Certo che questo tema è strettamente collegato alla questione del completamento del sistema di governo dell’euro e della sua indispensabile ulteriore parlamentarizzazione. Penso che vada detto senza ambiguità che la costruzione di una capacità di bilancio autonoma dell’euro e di strumenti collegati al bilancio comunitario (come l’assicurazione contro la disoccupazione temporanea o il sostegno a schemi di condivisione del lavoro in tempo di crisi) passa nel contesto attuale per il mantenimento di un percorso condiviso di riduzione del rischio, che è un rischio (per estenderne qui il concetto) di mercato e sul mercato finanziario globale, non derivato dalle regole europee.

 

Ci sono le condizioni per superare oggi quella “doppia austerità” (nazionale e europea) così come definita da Padoa Schioppa? Va proseguita la costruzione di una prospettiva nuova per il bilancio comunitario, poiché è insostenibile ormai sia la dimensione ridotta, per quanto costosa, del bilancio comune sia lo spettacolo ricorrente dei dibattiti polemici sui contributi nazionali. I tempi per l’avvio di una riforma profonda del bilancio basandolo su risorse proprie possono essere lunghi. Ma l’impatto di una convergenza politica credibile e ai massimi livelli su tale riforma, dunque su una prospettiva politica certa, darebbe forse l’opportunità all’Europa di essere più comprensibile agli occhi del mondo.

 

Possiamo ricordare una delle tante lezioni di Antonio Giolitti, riferita allora all’Italia, ma parafrasabile per l’Europa: e cioè che se l’Europa non può vivere al di sopra dei propri mezzi, non deve neanche vivere al di sotto delle proprie risorse. Vanno in tal senso promosse nuove sinergie politiche capaci di rompere gli schemi delle contrapposizioni di questi anni, per la definizione di beni e politiche pubbliche finanziabili con titoli comuni. Avremo delle possibilità di farlo, se concentreremo il dibattito su come immaginiamo la società europea del futuro, e su quanto riusciremo a renderla più equa e sostenibile.

 

Ma tutto questo resterà nel libro dei sogni accademici se gli Stati europei non saranno in grado nei prossimi anni di continuare il cammino verso l’Unione politica lavorando con coerenza a indispensabili cantieri dell’edificio incompiuto nel quale siamo. Le annunciate novità in ambito di difesa danno spazio a un cauto ottimismo. Ci possiamo chiedere invece come sia possibile che nel continente più avanzato al mondo da tanti punti di vista non ci sia un sussulto complessivo, una mobilitazione politica, culturale e civile di ampia portata per una ridefinizione coerente della politica sulla migrazione. È un banco di prova generazionale.

 

Infine, ricerca scientifica e cooperazione culturale e accademica, potrebbero entrare in una nuova fase dopo decenni di significativi risultati, ma ancora senza un dispiegamento pieno del potenziale che abbiamo. Nel campo del possibile, l’Europa ha uno spazio straordinario a portata di mano. Cosa potrebbe fare l’Unione con un bilancio del 5% invece dell’attuale 1%? Quante risorse potrebbero essere liberate nei bilanci nazionali, se un bilancio federale coprisse finalmente grandi progetti di sviluppo? E che condizionalità potrebbe chiedere ai paesi che non rispettano gli impegni congiuntamente sottoscritti? È facile immaginare alcune risposte.

 

Una di sicuro. Probabilmente i tre porcellini sarebbero in grado di dormire più tranquilli anche in tempo di tempesta.

 

 

 

 

Ogni tanto Cappuccetto rosso arriva dall’altra parte del bosco

 

Il cammino per un patto per lo sviluppo come apertura di una diversa fase della vita politica europea sulla via del completamento della Unione politica dipende da tanti fattori. Un ruolo non trascurabile lo ha certamente il sistema politico italiano. Molto può e deve essere fatto per dare sostanza alle culture politiche e organizzative che dovrebbero animarlo. È lecito anzi chiedersi quale siano effettivamente le culture politiche e di organizzazione politica che prevalgono nei movimenti e nei partiti attuali. E se sia vana la speranza che siano arginati i segnali sempre più visibili di un allentamento della dimensione ideale della politica e di una partecipazione che prescinda a ogni livello dalle prospettive personali. Corriamo anche noi il rischio che rabbia e indifferenza, Grenfell e Calais, ci presentino il conto.

 

Il ripetuto e stucchevole gioco dei dieci piccoli indiani che la politica italiana ha offerto in questi anni, come protagonista non secondario il centrosinistra, certamente non aiuta il rilancio del dibattito democratico anche sui temi dell’Unione Europea e del suo futuro come grande questione politica del nostro tempo.

 

La politica può però recuperare motivazioni ideali facendosi carico della complessità europea e cercando un confronto aperto su tante questioni a essa collegata. Lo può fare ammettendo di non avere ricette pronte, ma capacità di ascolto. E dunque di umiltà e di senso del limite. Non sono le sconfitte il lupo cattivo che debbono temere i riformisti. Ma lo smarrire il senso della propria azione, come parte di un cammino più lungo, un riferimento a una storia, spiegabile anche in termini semplici.

 

Non è detto che l’arguzia dei cinici prevalga sempre sulla pazienza degli ingenui. In fondo Cappuccetto rosso, all’inizio del suo viaggio, non era proprio scaltro.

 

Si spera quindi, piuttosto che in una bella fine, in un lieto nuovo inizio.

 

 

 

L’autore, Marco Piantini, è consigliere per gli affari europei della Presidenza del Consiglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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